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Nel 2026 puoi laurearti per fare l’influencer. E no, non è uno scherzo

Laurea per influencer: studentessa content creator durante una lezione universitaria con smartphone, videocamera e ring light.
Negli Stati Uniti la content creation entra ufficialmente nelle aule universitarie.

Fino a qualche anno fa, dire “voglio fare l’influencer” sembrava più una provocazione che un vero progetto professionale.

Oggi, negli Stati Uniti, quella frase può finire addirittura dentro un piano di studi universitario. La laurea per influencer esiste davvero e uno dei casi che sta facendo più discutere arriva dall’Arizona State University, che ha lanciato un Bachelor of Arts in Content Creation all’interno della Walter Cronkite School of Journalism and Mass Communication.

La notizia ha riaperto un dibattito che sembrava inevitabile: se creare contenuti è diventato un lavoro, ha senso studiarlo all’università? Il corso di ASU non promette formule magiche per diventare virali. Il programma comprende pianificazione dei contenuti, produzione video e podcast, personal branding, audience, aspetti legali ed etici, fino a insegnamenti con nomi decisamente espliciti come “How to Become an Influencer”.

Ed è proprio qui che la laurea per influencer diventa più interessante del titolo che fa sorridere sui social. Perché, tolta la parola “influencer”, molte delle competenze insegnate sono già richieste ogni giorno da aziende, agenzie e media: saper raccontare una storia, stare davanti a una camera, montare un video, costruire una community, leggere i dati e capire come trasformare l’attenzione in un progetto sostenibile.

Cosa si studia davvero.

Il programma dell’Arizona State University prevede 120 crediti e include corsi di digital media, comunicazione strategica, etica, diritto dei media, videografia, podcasting, presenza on camera e analisi del pubblico. Tra le opzioni compaiono anche corsi dedicati al lavoro freelance e all’imprenditorialità nei media. In pratica, è una versione accademica di tutto quello che molti creator hanno imparato finora da soli, sbagliando, riprovando e studiando gli algoritmi direttamente sul campo.

Questo non significa che una laurea per influencer possa insegnare il carisma. Né che basti seguire un corso per costruire milioni di follower. Associated Press, raccontando il fenomeno, ha raccolto anche le critiche di chi considera questi percorsi troppo specifici o poco utili in un settore dove personalità, timing e capacità di adattarsi contano moltissimo. Ma proprio le stesse critiche fanno emergere il punto centrale: ormai nessuno sta davvero discutendo se la creator economy esista. Si discute semmai di come prepararsi a lavorarci.

C’è poi un elemento che rende il percorso ancora più concreto: il piano di studi include esperienze capstone dedicate alla produzione e perfino un Los Angeles Content Creation Studio. L’idea è portare gli studenti fuori dalla teoria e farli lavorare su progetti reali, con logiche molto vicine a quelle di uno studio creativo o di una media company. Anche qui, la laurea per influencer sembra assomigliare sempre meno a una curiosità e sempre più a una formazione professionale.

ASU non è nemmeno l’unica università che si sta muovendo in questa direzione. Negli Stati Uniti altre istituzioni hanno introdotto major, minor o corsi dedicati alla content creation, mentre St. Bonaventure University ha annunciato un percorso simile. Syracuse, Quinnipiac e Colorado State figurano tra gli atenei che hanno già introdotto programmi o minor collegati al settore.

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La parte più curiosa della laurea per influencer è forse il modo in cui cambia la percezione stessa del mestiere. Per anni il creator è stato raccontato come qualcuno che guadagna semplicemente mostrando la propria vita online. In realtà, dietro un profilo professionale possono esserci produzione, contratti, negoziazioni con i brand, strategia editoriale, copyright, analytics, gestione fiscale, pubbliche relazioni e spesso un piccolo team.

È anche per questo che il termine “influencer” inizia quasi a stare stretto. Molti creator oggi producono format, lanciano prodotti, fondano aziende, conducono podcast, scrivono libri, organizzano eventi o costruiscono media brand personali. La laurea per influencer arriva quindi in un momento in cui il confine tra personaggio social, imprenditore e produttore di contenuti è sempre più sottile.

Resta una domanda legittima: serve davvero pagare un’università per imparare qualcosa che YouTube e TikTok hanno insegnato gratuitamente a un’intera generazione? Probabilmente non esiste una risposta unica. Un creator può continuare a nascere senza laurea, esattamente come è successo fino a oggi. Ma un percorso universitario può offrire struttura, competenze trasferibili e soprattutto un’alternativa al mito secondo cui basta diventare virali per avere una carriera.

Ed è forse questo il vero significato della laurea per influencer. Non certifica che qualcuno diventerà famoso. Certifica piuttosto che la content creation è diventata abbastanza grande e complessa da meritarsi un posto nei programmi universitari.

Fa sorridere oggi? Probabile. Ma vent’anni fa “social media manager” non era neppure una professione riconoscibile, mentre oggi esistono interi reparti aziendali dedicati ai social. La storia del lavoro digitale ci ha già insegnato che molte professioni sembrano strane soltanto finché non diventano normali.

La laurea per influencer potrebbe quindi essere meno assurda di quanto sembri. Non perché l’università abbia trovato il modo di insegnare la viralità, ma perché finalmente qualcuno sta trattando la creator economy per quello che è diventata: non più soltanto un sogno da ragazzi, ma un’industria vera.